Viterbo, boom di turisti a Pasqua, ma parte della città resta fuori dalla narrazione territoriale.
Viterbo – A Viterbo per il ponte di Pasqua moltissimi turisti italiani, pochissimi stranieri. Tutti molto concentrati nella parte storica che include San Pellegrino e il colle del Duomo. Merito non solo della storia, di cui la città è ricca in ogni sua parte, ma anche di un ottimo lavoro di promozione e di offerta di servizi da parte degli operatori privati, supportati in questi anni anche da una concentrazione di iniziative culturali che ha acceso i riflettori su questa area della città. Da altre parti: il buio, o quasi. Dal polo museale del Colle del Duomo, con strumenti innovativi ai turisti e un percorso integrato tra le meraviglie del passato, alla Viterbo Sotterranea che propone un altro modo di scoprire la città lungo i labirinti che si aprono nel sottosuolo, al gioiello di San Pellegrino. Tutto racchiuso in una cornice di graziosi ristoranti che offrono la possibilità di scoprire i prodotti tipici della Tuscia, e le abilità culinarie dei ristoratori viterbesi, e di strutture ricettive che consentono di pernottare nel cuore della città, cullati dall’eco antico dei secoli passati. Una formula che funziona e che, purtroppo, ha preso vita e si è sviluppata solo in questa parte del centro storico. Arrivati già a piazza del Plebiscito, intorno all’ora di pranzo, Palazzo dei Priori, con le sue meravigliose sale, è chiuso. Il modello virtuoso che, grazie ai privati, sta dando i suoi frutti in questa piccola porzione di città, anche se sicuramente significativa, termina qui. E se anche Viterbo avrebbe molte altre cose da raccontare, in assenza di un’azione pubblica di “riequilibrio” nella promozione di “tutta” la città, la possibilità di scoprirle è lasciata solo all’intraprendenza del turista di avventurarsi in altri luoghi, a cercare altre storie, in quei posti che restano fuori da questa narrazione territoriale che interessa solo la parte a ridosso di San Pellegrino, ma ugualmente in grado di rivelare interessanti volti della città dei Papi. Palazzo Papale, insieme alla cattedrale di San Lorenzo, e San Pellegrino sono stati certamente il principale attrattore di questo ponte di Pasqua e lo sono per il turismo in generale. Claudio, turista romano, è arrivato a Viterbo in treno. Vede la città per la “seconda volta”. Gli piace, anche perché è “a misura d’uomo e si gira a piedi con facilità” e, in una giornata di sole, come quella di Pasquetta, con piacere. Ha sentito parlare solo del Duomo, e sta aspettando di iniziare la visita, ma confessa che vorrebbe conoscere tutta la città. Magari la prossima volta. Sulla strada ha visto diversi B&B che hanno colpito la sua attenzione e sta pensando di tornare per due giorni. Commenti entusiasti da parte degli operatori. Angelo, ristoratore, ha avuto tantissimi turisti nel suo locale, pochissimi stranieri ma quasi tutti italiani, provenienti dal nord Italia. A tavola sono andati alla scoperta dei vini della Tuscia, dimostrando di essere arrivati già preparati sull’argomento e di sapere già quale vino ordinare. Anche Tonino ha il ristorante pieno. A lui chiedono zuppe e pizza. Qualche bar confessa che nonostante i tanti turisti, pochi si sono fermati a consumare. Un’affermazione che potrebbe provare la preferenza del turista per punti di ristorazione forse più caratterizzati territorialmente dal punto di vista del prodotto e del contesto offerto.
In piazza San Lorenzo anche un gruppo di suore francescane di Rieti arrivate a Viterbo per andare a vedere, per la prima volta, il santuario di Santa Rosa, posizionato al di fuori del percorso più conosciuto e promosso. Ma le sorelle, essendo francescane, sono pronte a sfidare il lacunoso itinerario turistico, per un incontro con la memoria del loro Ordine. E restano affascinate nello scoprire che, nella parte più dimenticata del centro storico, in zona San Faustino, piazza della Rocca, bersagliata dal traffico veicolare in ogni giorno della settimana, c’è un’altra pietra miliare della storia francescana e di santa Rosa, la basilica di San Francesco, sull’omonimo colle, diventato in passato un centro politico di interesse internazionale, chiesa che ricalca nell’architettura la basilica di San Francesco ad Assisi. Un’altra storia, insomma, che oltre via San Lorenzo, in mancanza di un’azione di promozione territoriale complessiva da parte dell’ente comunale, può rintracciarsi solo nei libri. Per i turisti, purtroppo, almeno fino ad oggi, la narrazione viterbese termina a piazza del Comune.
Tiziana Mancinelli
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