Nel Senato di Renzi sindaci-senatori incompatibili per la Corte Costituzionale, Marini: “io mi dovetti dimettere da senatore”
Quello che oggi è incostituzionale, domani potrebbe diventare una cosa normale. Potrebbe, addirittura, diventare legge, una delle regole che disciplineranno la vita istituzionale del nostro paese. Sono i “miracoli” della riforma costituzionale proposta da Renzi: trasformare una situazione, oggi vietata, in una condizione perfettamente legittima e normale. Stiamo parlando della nomina a senatori dei sindaci. Il nuovo Senato di Renzi, se gli italiani voteranno sì al referendum, sarà composto da sindaci e consiglieri regionali, legittimando ciò che oggi non è permesso: la doppia carica sindaco-senatori. Al riguardo nel 2011 interveniva con sentenza 277 la Corte Costituzionale, invitando a lasciare una delle due cariche, per dedicarsi a tempo pieno all’altra. L’orientamento della Corte Costituzionale ebbe un certo eco a Viterbo, essendo toccata da vicino dagli effetti della sentenza. All’epoca, infatti, il sindaco della città dei papi era anche un senatore: Giulio Marini. Presente in questi giorni al tavolo del comitato del centrodestra per il ‘no’ alla riforma costituzionale non può non ricordare la vicenda. “la Corte Costituzionale intervenne a colmare un vuoto legislativo disponendo l’incompatibilità tra carica di senatore e quella di sindaco – dice Marini – la norma non era molto chiara, per cui fu necessario definire la situazione dei doppi incarichi. Io scelsi di fare il sindaco di Viterbo e abbandonai il Senato”. Le motivazioni dell’orientamento stabilito dalla Corte Costituzionale, del resto, sono intuibili anche da un ragazzino. Al momento della sentenza furono perfettamente chiariti dalla Corte che vedeva nel cumulo delle “poltrone” di sindaco e parlamentare nella stessa persona il serio rischio di vedere compromesso il “libero ed efficiente svolgimento della carica”. Chiunque si rende conto che un sindaco, a capo dell’amministrazione di una città, non si può permettere di abbandonarla per fare puntualmente il pendolare, attraversando, in alcuni casi, mezza Italia per recarsi a Roma a Palazzo Madama. Non solo, per la Corte Costituzionale la doppia poltrona comprometteva il principio di eguaglianza e di ragionevolezza, ma anche la stessa libertà di elettorato passivo e attivo. Una bordata bella e buona al doppio incarico, lanciata sulla base di sacrosanti principi costituzionali e in nome di quei pesi e contrappesi che la riforma renziana andrebbe a smantellare se fosse approvata. In questo caso la doppia poltrona, oggi vietata, l’emblema forse per eccellenza della casta, diventerebbe la norma. Ma non solo i sindaci, anche i consiglieri regionali andrebbero a formare un Senato non eletto, ma nominato, palesando costantemente lo spettro di un potenziale conflitto di interessi tra la rappresentanza nazionale e quella locale, specificatamente inerente i territori dagli stessi rappresentati. Ma questo, nella visione, renziana, è assolutamente “normale”.\r\n\r\n(In foto: Giulio Marini)