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Santa Rosa nella storia fu il simbolo dell’autonomia comunale.

Santa Rosa nella storia fu il simbolo dell’autonomia comunale.

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Viterbo, 25 agosto 2020 – Trasporto annullato, incerto anche il montaggio della macchina di Santa Rosa sul sagrato dell’omonima chiesa. Per la prima volta nella storia, se si escludono gli anni della guerra, Viterbo dovrà fare a meno della sua tradizione. La bianca figura della Santa, dall’alto dei 30 metri della spirale di fede che la sostiene, puntualmente, ogni anno, ha percorso le vie di Viterbo, quasi a vigilare sull’operato dei suoi figli, in un cammino trionfale che è oramai un rito solenne, attraverso il quale, Rosa, sembra riappropriarsi ogni volta della sua città sulle spalle dei facchini. Un appuntamento al quale nessuno ha mai pensato di mancare. Primo tra tutti il comune di Viterbo che nel corso della sua storia ha visto in Rosa non solo la sua patrona, ma un simbolo di grande forza e baluardo di libertà. Il Comune, nei secoli, si è sempre stretto alla sua Santa nei momenti di maggiore debolezza. È quanto emerge da uno studio (Rosa, una santa cittadina: da pazza per Cristo a patrona di Viterbo) condotto da Eleonora Rava responsabile del Centro Studi Santa Rosa: «Inizialmente la santità di Rosa fu “costruita”, e la devozione per lei “alimentata” principalmente, se non esclusivamente, dal Comune di Viterbo e non dalle monache che ne hanno conservato le spoglie mortali incorrotte fino a tempi recenti», spiega. La figura di Rosa si inserisce in una città che si deve costantemente barcamenare tra il papa e l’imperatore,  divisa tra guelfi e ghibellini, inizialmente schierata a favore di Federico II che le aveva concesso molti benefici come: «Un mercato annuale di portata europea; il diritto di batter moneta con l’effige imperiale; la promozione a caput regionis et provincie Tuscie; la costruzione di un palazzo imperiale. Viterbo rimase sotto la sovranità imperiale fino al 1250. Con la morte di Federico II la città va in crisi. Ed è allora che si stringe intorno alla figura di Rosa. Viterbo è costretta a schierarsi dalla pars ecclesie», spiega ancora Rava. E proprio in questo momento, quando la città deve conquistarsi il favore del papato, quella di Rosa diventa una figura chiave. «Nata e vissuta in questa città nel quinto decennio del ’200, fu una laica penitente di orientamento francescano. Visionaria e profetessa, zelante nel diffondere il nome e la passione di Cristo per le strade della città, e per questo esiliata da chi la città governava in quell’epoca – spiega Rava – cercò invano di essere accettata tra le monache del monastero di Santa Maria dell’Ordine di San Damiano a Viterbo. Morì il 6 marzo del 1251». La morte dell’imperatore e lo sforzo di Viterbo per entrare nelle grazie papali, non fu l’unico momento critico nella storia della città e per il Comune.  Ci furono altri spaccati di storia piuttosto difficili. «A metà Quattrocento – continua Rava – Viterbo è una civitas immediate subiecta al papato», e «a inizio Cinquecento ha perso ogni barlume di autonomia». Nello studio di Rava emerge come ogni volta che la libertà della città sia compressa, sembra aumentare l’interesse verso la santa cittadina. «Viterbo nel corso del tempo – prosegue la studiosa – si identifica sempre di più con Rosa, che diventa sì patrona della città di Viterbo alla fine del XVI secolo, ma soprattutto Rosa diventa simbolo dell’autonomia comunale ormai perduta ed espressione di quella forza che Viterbo avrebbe voluto avere, ma che non ebbe, di opporsi a un potere universale, quello dell’impero prima e quello del papato poi, e che, al contrario e in modo del tutto inattendibile, venne attribuita a Rosa. Significativamente la leggenda più nota su Rosa è quella che narra come la vergine viterbese abbia combattuto sulle mura di Viterbo contro Federico II, e per questo sia rimasta ferita. Rosa, al contrario, fu una giovane donna, povera, malata e “pazza per Cristo”, che non lottò contro l’imperatore e non predicò contro gli eretici: questa è fantastoria», asserisce Rava. La forza del mito ha comunque sortito i suoi effetti, stampando nella mente dei viterbesi l’icona di un’eroina i cui gesti, reali o leggendari, la proiettano in cima alle mura della città a difendere il suo popolo con cuor di leone, come lo stemma di Viterbo, e dove la leggenda materialmente si incarna in quella bianca figura di pietra issata sulla sommità di Porta Romana. Quel che è certo che la figura di Rosa, minuta e fragile, ma dalla statura morale imponente, è diventata motivo di ispirazione per tutta la comunità viterbese. E proprio ora che i ricorsi della storia rievocano uno dei suoi peggiori spettri, un’epidemia globale, la monumentale spirale di luce che sorregge Rosa si spegne, lasciando al buio le vie cittadine il 3 settembre. Il passo di Gloria quest’anno si arresta e, forse, mai come in questo momento della sua storia, la città può comprendere, con il profondo senso della perdita,  quanto sia importante averlo questo rito e celebrarlo ogni volta. Accantonato lo spettacolo, il suo messaggio resta comunque intatto e presente, e la città, approfittando di questa momentanea pausa dai festeggiamenti, può comunque ascoltarlo nella sua forma più primitiva e riscoprirlo nelle sue origini e nella sua interezza, con tutto il senso più autentico che esso porta con sé, percepito in un momento particolare di riflessione profonda come quella imposta da un evento straordinario, il Covid19, un capitolo di sconforto e smarrimento, dove l’esempio di Rosa può tornare ancora una volta a fare da bussola al cammino della comunità viterbese.

Tiziana Mancinelli

Contributi storici di Eleonora Rava  Centro Studi Santa Rosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.