Viterbo, 13 agosto 2020 – Nel pieno rispetto della tradizione mitologica che vuole Pegaso nato dal taglio inferto da Perseo al collo della Medusa, il cavallo leggendario si erge dalle acque della prima fontana all’ingresso di Villa Lante tra un groviglio di lunghe ciocche attorcigliate su se stesse. Peccato che non siano i capelli insidiosi di una delle Gorgoni, ma le alghe che dal fondo della vasca salgono fino in superficie, espandendosi in macchie degne del più famoso degli impressionisti, in un affresco di incuria spettacolare nel suo degrado. Magari, chissà, qualcuno dei turisti che affollano in questi giorni una delle perle del Rinascimento italiano, cadrà nell’equivoco, pensando che l’effetto sia stato creato ad arte. Anche il degrado, a volte, può sorprendere nelle sue manifestazioni. Ma se Villa Lante riesce ad essere bella e straordinaria anche tra le macchie di melma, non lo si deve a qualche ignoto artista contemporaneo, ma a quelli del passato, che incarnavano i valori più puri ed alti di arte. E se anche la villa ha conosciuto nella sua storia periodi di splendore e decadenza, essa è sopravvissuta mantenendo intatta tutta la sua bellezza e il suo fascino, doti incontaminabili anche dall’onda dell’ignoranza e dell’indifferenza che striscia tra l’umanità, sovente agghindata della più spocchiosa, ma solo apparente, conoscenza delle cose. L’incuria in cui versa la villa, sarebbe dovuta al rinnovo dell’appalto per la manutenzione: scaduto il vecchio, non si sarebbe ancora proceduto all’affidamento definitivo del successivo. È il male cronico italiano: quello della burocrazia, della lentezza della macchina amministrativa, anacronisticamente calata in un’epoca che va a mille, tra connessioni virtuali, social e corrispondenza telematica. Per Villa Lante resta l’amarezza momentanea di una cartolina di abbandono, decadenza, rassegnazione, offerta ai turisti anche stranieri, di uno dei capolavori italiani, nell’affollata settimana di questo Ferragosto un po’ anomalo. Un’opera straordinaria con la voce sommessa, spenta sotto lo spesso strato di melma che vorrebbe mettere a tacere le muse e tutte le altre opere sopraffatte dal degrado, nel tentativo, vano, di togliere fiato alla bellezza e alla straordinarietà di questa fantasia di pietra divenuta realtà. Guardi Villa Lante e intravedi un Paese sbiadito, ammutolito dalla crisi pandemica, ripiegato su se stesso, crollato sotto la sua stessa grandezza, colpito nella fragilità delle sue certezze. Resta impotente a subire il tempo che passa e le sue sciagure, un riflesso di se stesso che annaspa in quegli specchi d’acqua ricoperti di melma, di muschi, disorientato, alla ricerca di sé, della sua già compromessa funzionalità, ora atterrata dal Covid19. Ma anche questo passerà, Villa Lante tornerà ad essere la fulgida icona dell’arte italiana, incastonata nel borgo di Bagnaia. E questo rimarrà solo uno dei periodi, tra i più brevi, ma meno fortunati, della sua storia, dove a restare in vita, nonostante gli accadimenti, sarà stato ancora una volta l’eco indomabile della sua arte immortale.
Tiziana Mancinelli
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