San Pellegrino: dottor Jekyll mister Hyde. Vomito, urina, bottiglie, minacce. Residenti costretti a pulire.
Viterbo – Il battito d’ali rapido di un piccione, un frammento di plastica di un bicchiere rotto forse la notte prima che stride sulla pavimentazione in peperino, mentre il vento lo trascina altrove, i passi svelti di qualche passante, avvolto nel cappotto per difendersi dalla fredda tramontana. Sono gli unici rumori, i soli segni di vita, che avverti a San Pellegrino in un freddo lunedì di febbraio. Una città fantasma, dove il passato sembra osservarti rannicchiato negli angoli: un ricordo spento, silenzioso. Una signora cammina insieme al marito a testa in su, guarda estasiata la torre in pietra che domina via San Pellegrino. Si chiama Alba e viene da Catania. Una turista. Cosa pensa di quello che vede? “È meraviglioso, un tuffo nel Medioevo. L’unico inconveniente – osserva – che è tutto chiuso, in particolare i negozi di antiquariato, che sono delle vere chicche. Anche i bar, i negozi: tutti chiusi. Non dà un senso di abbandono, quanto di non trovare niente di attrattivo”, osserva. (Leggi cosa dicevano i turisti nel 2016 clicca qui). Un commento lapidario, una mazzata all’illusione che in questi anni Viterbo sia diventata una città turistica. A guardare San Pellegrino di giorno: indubbiamente non lo è. Né nei fatti, né nello spirito. Che tutto ciò accada a febbraio, mese freddo e poco movimentato, per giunta di lunedì, può essere un’attenuante che, tuttavia, non cambia il quadro di insieme. San Pellegrino, cuore della storia di Viterbo, non ha ancora una vocazione turistica. Pesanti lucchetti sigillano le porte di molti locali vuoti dalle vetrine polverose che lasciano intravedere il nulla dentro. I bar sono tutti chiusi. Anche il soggetto pubblico fa la sua parte, e si adegua alla desertificazione: in piazza San Pellegrino Palazzo degli Alessandri di proprietà della provincia di Viterbo è chiuso. Non accessibile al turista. Così come la torre in piazza Scacciaricci. Chiusa pure questa. Come se non bastasse, sempre su piazza San Pellegrino, due grosse transenne in metallo brillano volgarmente sotto il colonnato di Palazzo degli Alessandri, circondano l’ingresso di una cantina seminterrata, le cui scale sono diventate una pattumiera naturale per un cumulo di sporcizia putrefatto che marcisce lì da anni in bella vista. Sotto la facciata più fotografata della città, protagonista di uno spot televisivo storico. Eppure Viterbo con le sue architetture antiche riesce ugualmente ad apparire bella. Nonostante tutto. Nonostante l’incapacità di renderle giustizia, dimostrata in questi anni. Il quadro si fa ancora più desolante la mattina presto, quando la movida lascia su questi scorci del passato, e sull’ingresso di abitazioni private, bottiglie vuote, bicchieri, urina e vomito. Perché San Pellegrino è proprio come dottor Jekyll e mister Hyde. Di giorno deserta e silenziosa, di notte si accende, si riempie di vita, di colori, di musica, di grida, ma anche di schiamazzi che impediscono ai residenti di dormire e di comportamenti irriguardosi verso il decoro urbano. “Troviamo spesso bicchieri, bottiglie, una mattina ci siamo svegliati con il vomito sulle scale di casa – dice una residente -. Veramente c’è molta sporcizia. Ma non è colpa solo della movida. Il quartiere è sporco”. Lo conferma anche Cinzia Chiulli del laboratorio Artistica: “Io sono favorevole alla movida, ma vorrei che il quartiere vivesse anche di giorno. La mala movida, invece, è un’altra cosa. Il quartiere di giorno è deserto, di notte si trasforma, vita smodata fino alle due, alle tre di notte, ci sono schiamazzi. Si sono verificate anche situazioni spiacevoli. Se qualcuno si lamenta, cercano di buttare giù la porta, minacciano. Non è successo a me, ma ad altre persone. Per questo abbiamo istituito un comitato di quartiere. Cerchiamo di segnalare queste cose. Mi rendo conto che chi non ci vive, pensa siano esagerazioni dei residenti. Ma non è così. Queste cose si verificano quasi sempre, tre, quattro volte a settimana. Sono problemi che ricadono su noi residenti, perché alla mattina siamo noi che raccogliamo barattoli, bottiglie, che i ragazzi lasciano, e altre cose che è meglio non menzionare”. Cinzia, residente di San Pellegrino, vive il quartiere anche dal punto di vista lavorativo, nel laboratorio Artistica. “Siamo qui da 20 anni – dice – e negli ultimi dieci la situazione è degenerata. Poche attività artigianali hanno resistito, poi hanno chiuso, hanno preso il sopravvento i locali notturni, e c’è stato un cambio di rotta. Il quartiere vive ormai prevalentemente di notte. I turisti di giorno ci sono, potrebbero essere molti di più, e sono sicura che arriveranno, ma trovano un posto per nulla accogliente. Tutto chiuso. Molti turisti che si fermano al laboratorio lo fanno notare. Dicono che il quartiere è incantevole, ma non trovano un bar aperto, un bagno. Nel quartiere non c’è più il clima che si respirava una volta, quando c’erano delle attività quotidiane, e portavano con sé il suono del metallo nei laboratori, gli odori, i rumori caratteristici che davano a questo luogo un grande fascino. La movida è bella e giusta, ma mi piacerebbe che il quartiere tornasse a vivere anche di giorno”. Spezza una lancia contro la movida un altro residente: “Se avessero dato un numero limitato di licenze, oggi non ci sarebbe un bar ogni dieci metri – dice – dovevano regolamentare prima, ora mica possono revocarle. Le regole che stanno approvando, arrivnoa tardi. È normale che ci siano gli schiamazzi. Dove ci sono giovani, a una certa ora un po’ arzillotti, questo è il risultato. Se dieci persone dicono mezza parola ciascuno, ecco che, tutti insieme, fanno rumore. Per fortuna ci sono i gestori dei locali che alla mattina puliscono, sennò – dice lasciando a mezz’aria una critica verso il Comune – altro che movida, qui il vero problema è che ci sentiamo abbandonati dal Comune – dice – le strade fanno schifo, sono piene di escrementi che stanno lì chissà da quanto. Ora, poi, hanno chiuso pure via Cardinal la Fontaine, non riesco nemmeno a venire nei miei garage. Ma non era meglio che la zona a traffico limitato la facevano di notte anziché di giorno che è tutto deserto?”.
Tiziana Mancinelli
info@quintaepoca.it