Home Cronaca Covid19, l’edicolante di piazza Crispi: «La gente è stufa. Questo è peggio della guerra».
Covid19, l’edicolante di piazza Crispi: «La gente è stufa. Questo è peggio della guerra».

Covid19, l’edicolante di piazza Crispi: «La gente è stufa. Questo è peggio della guerra».

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Viterbo, 28 aprile 2020 – Per 45 anni, ogni giorno, ha alzato la saracinesca, ogni mattina, alle cinque, con il caldo e con il freddo, sempre con il sorriso sulla bocca. La signora Leda gestisce insieme al marito l’edicola in quella che è diventata la sua seconda casa: Piazza Crispi, la prima area sorta fuori il centro storico, e, dunque, anche se si trova all’esterno delle porte di Porta della Verità, a pochi metri dalle cinta muraria, questo luogo rappresenta uno dei cuori pulsanti della storia viterbese e della città. E anche ora, con la pandemia da Covid19,  la signora Leda, tutti i giorni, viene qui ad alzare quella saracinesca, anche se i clienti, prima per la crisi della carta stampata, ora per le misure di confinamento in casa, sono sempre di meno.  «Ho questa edicola qui a piazza Crispi da 45 anni – dice Leda che riguardo al periodo storico afferma -: dobbiamo sempre subire, non possiamo scegliere. Adesso c’è questa storia del virus, la gente non può neanche venire qui a comprare il giornale. Ci raccontano che li bloccano per strada e dicono loro che dei giornali possono farne anche a meno. Ma allora, mi chiedo, perché ci fate stare aperti? Noi stiamo qui con la speranza di vendere. Ci sono gli affezionati che, nonostante le difficoltà, vengono lo stesso». Le edicole sono piombate in una brutta crisi con l’avvento del web che sforna ogni minuto notizie fresche sulla rete, decretando il decadimento del classico giornale di carta, e con esso, anche di chi lo vendeva, le edicole.  «Prima del virus, per noi le cose andavano pure peggio – prosegue Leda -. Gli ultimi periodi sono stati veramente brutti.  Noi tiriamo avanti perché abbiamo questo input, perché restare casa è un incubo e anche se incassiamo poco ci piace stare qui, in mezzo alla gente, come abbiamo fatto per tutta la vita». Una vita in cui il virus si è inserito in modo dirompente, inedito, esplosivo, e con lo stesso effetto del lancio di una bomba ha lasciato il deserto anche nella popolata piazza Crispi, ritrovo privilegiato degli abitanti della zona e non solo che vengono qui e sostano sulle panchine, sul muretto della ferrovia, o ai tavoli del bar da generazioni. «La piazza è completamente vuota – prosegue Leda – dicono che si deve stare a casa, hanno ragione a starci.  In 45 anni che sono qui, non mi ricordo un altro periodo di questo tipo». Nonostante ciò: «Tutte le mattine vengo qui e alzo la saracinesca con lo stesso stato d’animo che ho da quasi mezzo secolo: sono contenta di alzarmi e di poter venire a lavorare. Sono abituata così da tutta la vita. Questa piazza è diventata la mia seconda casa – prosegue -. Tiriamo avanti perché io voglio continuare a farlo, anche se non c’è più la soddisfazione, il guadagno di prima». L’edicola di piazza Crispi, nonostante  i tempi di crisi, continua a coagulare intorno a sé diverse persone, che nell’attimo in cui comprano il giornale, spesso commentato anche le notizie del giorno. E sulle misure di sconfinamento che vanno avanti dal 9 marzo l’ atteggiamento che prevale è: «La gente è stufa, stanca – dice la signora Leda decisa – e alcuni dicono anche degli sfondoni. Addirittura a volte vengono persone che guardano i giocattoli per i bambini, poi, però non li comprano perché dicono che devono comprare il pane. Qui vengono anche molti pensionati, sono tutti arrabbiati, preoccupati, si spera di uscirne, di salvare la pelle.  Molti dicono che Covid19 è peggio della guerra. Almeno lì il nemico si vedeva. Sapeva chi era. Potevi cercare di difenderti. Stavolta no: potrei averlo io, o qualche cliente che viene qui e attaccarlo agli altri».  Nelle preoccupazioni che manifestano i clienti dell’edicola in cima a tutte c’è il lavoro, alla fine la scuola. «Per la scuola non si preoccupano più di tanto, sano che  i ragazzi saranno tutti promossi – dice Leda –  Quello che preoccupa è il “pane”, il lavoro è l’ansia maggiore, più della salute. Da me vengono anche delle parrucchiere, sono talmente sfiduciate che pensano di non poter nemmeno più riaprire, non solo per il tempo che devono ancora spettare, ma anche per le modifiche che dovranno fare. Devono pagare le spese dell’affitto, le utenze. Qui è un macello per tutti».

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.