Home Cronaca Ristoratori: «Lockdown mascherato. Una tragedia. Aperti fino alle 18 per non darci aiuti economici».
Ristoratori: «Lockdown mascherato. Una tragedia. Aperti fino alle 18 per non darci aiuti economici».

Ristoratori: «Lockdown mascherato. Una tragedia. Aperti fino alle 18 per non darci aiuti economici».

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Viterbo, 26 ottobre 2020 – Hanno ridotto i coperti, si sono organizzati per collocare i tavoli all’aperto, hanno adottato tutte le misure richieste per evitare il contagio da coronavirus, ma alla ripresa della seconda ondata, la mannaia si è di nuovo abbattuta su di loro: bar, pasticcerie, pizzerie, ristoranti, gelaterie. Da oggi dovranno chiudere alle 18.00. Dopo quell’orario sarà consentito loro solo di fare consegne a domicilio e l’asporto. Inizialmente era circolata l’ipotesi di una chiusura totale il sabato e la domenica, ma il governo su questo punto ha fatto retromarcia. E dunque, anche nei festivi, le attività di ristorazione resteranno aperte fino alle 18. È un incubo che ritorna, su una categoria già pesantemente colpita dalla serrata di primavera e ora, quello che molti di loro definiscono un lockdown mascherato, riparte da qui. Dalla ristorazione e tutta la filiera collegata. Ieri il presidente del consiglio, Giuseppe Conte, ha illustrato l’ultimo dpcm e le varie misure. Imporre alla ristorazione di abbassare le saracinesche alle 18 è come dirgli di chiudere.  Non solo la maggior parte del loro fatturato è prodotto dall’attività serale, ma con gli impiegati in smart working e la didattica a distanza, anche la possibilità di contare sul pranzo, per avere un po’ di ristoro, è sfumata. Perché, dunque, non farli chiudere totalmente? Alcuni di loro si danno una risposta. E non è rassicurante. «Lasciandoci lavorare per una parte della giornata, il governo si costruisce l’alibi per non darci aiuti economici», dicono. È questo il pensiero che serpeggia nel settore della ristorazione, nonostante Conte abbia detto ieri in conferenza stampa che gli aiuti sono già pronti e arriveranno a novembre. Ma, considerando i ritardi per quelli di marzo, molti sono scettici. «Questa serrata imposta ai ristoratori è incomprensibile – dice Renato della Chimera – il problema non siamo noi, non sono i bar, i ristoranti e le pizzerie, ma i trasporti pubblici, dove la gente, studenti e lavoratori, si ammassa quotidianamente. Non sono state aumentate né le linee, né i pullman. Non era il caso, a mio avviso, di penalizzare ancora una volta i ristoratori. Abbiamo ricevuto le famose 600 euro, sufficienti a pagare una bolletta di luce e gas. Per il resto andiamo avanti con i nostri risparmi privati. Un’altra chiusura ci metterebbe definitivamente k.o.». La preoccupazione tra gli operatori è palpabile, anche se già si preparano a sfruttare in tutti i modi le uniche possibilità rimaste: asporto e consegne a domicilio. «Sì, ci organizzeremo su questi due fronti – dice Emiliano del Gargolo – come abbiamo già fatto a primavera. Ieri sera (sabato 24 ottobre 2020) abbiamo fatto 25 coperti. Alle 22.30 avevamo già finito di lavorare. Altri sabato mandavamo via le persone. Ma il clima è cambiato. La gente esce di meno. La vedi, è impaurita. Alla sera dalle 20 non gira più nessuno». Anche lui scettico sui contributi statali: «Con questa mezza chiusura, non credo arriverà qualcosa. Un conto che ti fanno fermare l’attività, allora si sentono in dovere di aiutare il commerciante. Ma così, consentendoti di restare aperto fino alle 18, non credo daranno aiuti economici». Stesso pensiero quello di Mauro del bar Lucky Strike: «È una chiusura strana, secondo me ci tengono aperti a metà per non darci contributi. Hanno praticato la legge della giungla, chi sopravvive va avanti, chi no, chiude. È un lockdown mascherato. Ci chiedi di fare un sacrificio per la società, va bene, però ci vieni incontro, perché dietro a ognuna di queste attività ci sono delle famiglie. Secondo me, invece, questa chiusura dalle 18 serve per avere una scusa per non aiutarci.  Noi liberi professionisti non siamo per niente tutelati». Irrisorio e non risolutivo, secondo Mauro, sarebbe stato il bonus di 600 euro. «Ci sono i mezzi pubblici pieni zeppe di persone e tu chiudi i bar e i ristoranti? – dice – Le partite IVA che contribuiscono molto a pagare stipendi e pensioni, tassate intorno al 70-74 per cento. Sarebbero dovuti intervenire sui trasporti, dove si concentrano tantissimi lavoratori e studenti ogni giorno. Lì ci sono gli assembramenti. E anche nei centri commerciali. Che, invece, restano aperti, a differenza nostra». Anche Stefano del ristorante “Olio d’Oliva” commenta con rammarico il vertiginoso calo dell’attività imposto dal virus: «Questa è una tragedia per noi ristoratori – commenta – già lavoravamo con il 50% dei coperti, ora mi impedisci di lavorare a cena, quando si concentra la gran parte della clientela, è come se lavorassi al 25%. E, forse, anche di meno, considerando che a pranzo con gli uffici chiusi, lo smart working e la didattica a distanza, chi viene al ristorante? Devono fare qualcosa su affitti e tasse altrimenti stavolta saltiamo tutti. Praticamente siamo al lockdown». Pure Giacomo di Eat commenta l’ultimo dpcm come «un fulmine a ciel sereno», anche se sulla ristorazione si addensano nubi: «Sostanzialmente è un lockdown, ci fai smettere di lavorare ai tavoli dalle 18, è come chiuderci, considerando anche che non puoi più lavorare con chi esce dall’ufficio che ormai sta in smart working. Noi riprenderemo l’attività che abbiamo fatto da marzo con consegne a domicilio e asporto».

 

Redazione Viterbo Direttore responsabile Quinta Epoca. Economista, giornalista e scrittrice.